venerdì 15 luglio 2022

Thor Love & Thunder? "sotto il vestito niente"... di così stupido come credevate! vi spiego perché


 



Si dice che “la bellezza stia negli occhi di chi guarda” e così non stupisce che “Thor Love & Thunder” (titolo che prende più significato poco prima dei titoli di coda) stia incontrando non poca resistenza negli spettatori, o meglio negli occhi, di quegli spettatori che forse perché troppo giovani non colgono i molti sottotesti presenti in una pellicola che, sotto una chiassosa e voluta caciara fatta di colori e battutine, ha voluto per assurdo dare più spessore al Dio del Tuono rendendolo Sì meno eroico ma forse più simile all’uomo comune che deve, volente o nolente, affrontare tutti i giorni  le battaglie del suo quotidiano.

Senza volerla mettere giù troppo dura, ma semplicemente ricordandoci che chi ha diretto questo film ( il regista Taika Wattiti) ha già dimostrato in precedenza di saper veicolare importanti tematiche in modo tanto diretto quanto non convenzionale (un esempio su tutti il commuovente Jo Jo Rabbit), pare evidente che il lavoro intrapreso con questo 4° film dedicato a Thor aveva come mission quella di spostarsi dal canonico cinecomic mettendo con nonchalance sul piatto tematiche toste come il “Big C” o la delicata quanto controversa questione della non interferenza da parte degli Dei nelle vite umane. Un tema spinosissimo la "Fede” che, anche se sapientemente nascosto in bella vista dietro lustrini e paillettes di divinità antiche e mitologiche fa immedesimare il pubblico più attento, NoN con Figlio di Odino ma più logicamente in Christian Bale e Nathalie Portman che, seppur investiti di poteri eccezionali, rappresentano in questo film due facce della stessa medaglia, ovvero quell’essere umano così fragile e pieno di speranza che nelle situazioni più disperate cerca aiuto inviando preghiere e sperando che, come cosmici messaggi in bottiglia vengano captati da qualcuno in grado di aiutarlo.


Così mentre veniamo costantemente e volutamente distratti ed alleggeriti dai siparietti di gelosia, del triangolo “amoroso“ tra Mjolnir, Stormbreaker e Thor, una piccola parte del nostro cervello in background continua a lavorare facendoci empatizzare con Gorr, il macellatore di Dei, che con le sue azioni rappresenta un po’ tutti noi e tutte quelle volte che abbiamo “chiesto aiuto” senza ricevere apparentemente risposta dovendo imparare nostro malgrado a convivere con i ciò che stava accadendo.


Film Marvel non canonico “Thor Love & Thunder” richiede probabilmente occhi “più maturi e stanchi” per essere apprezzato a pieno. Come infatti il protagonista Asgardiano, smette i panni dell’eroe rockettaro dedito ad agire senza pensare troppo alle conseguenze delle sue spettacolari e devastanti azioni, anche il pubblico troppo vicino a questa immagine goliardica ed apparentemente invincibile del Dio del Tuono fatica a metabolizzare il complesso percorso di crescita e cambiamento che il personaggio affronta nell'arco della pellicola, dopo la rocambolesca battaglia di apertura Thor deve infatti affrontare PRIMA la perdita dell’amore dal punto di vista relazionale per poi doversi confrontare con la perdita fisica della persona amata uscendone NON distrutto ma maturato e fortificato, pronto a donare quello stesso amore, in una nuova e più costruttiva forma, al "nuovo che avanza".



Thor Love & Thunder" è un film complesso "camuffato da vaccata" se preferite, una storia dal sapore Rock anni 90 che trasforma l’egoismo e l’egocentrismo del vanesio protagonista Asgardiano in qualcosa di più alto e nobile, così Thor si evolve (anche se in un modo tutto suo) passando dall’essere lo Zio simpatico che, non avendo tutte le risposte la butta in caciara, al ben più impegnativo ruolo di Genitore Single che, pur continuando a non avere quelle risposte adesso, le DEVE trovare per forza.


Con questo film Disney Marvel, in controtendenza rispetto ad altri astiosi studi cinematografici come Warner Brothers, sembra non voler rinunciare allo zoccolo duro del pubblico delle prime 3 fasi (ormai invecchiato e con figli)

scontentando così parzialmente la generazione entrante di spettatori (più simili al Thor delle prime scene), lo studio sperimenta in questo modo, su di un personaggio commercialmente marginale (Thor da sempre non è il primo albo che si prende entrando in fumetteria), una chiave di lettura per così dire nuova in questo tipo di film. Così dopo aver con fatica lasciato gli anni 80 dove il buono vinceva sempre o c’era una salvifica cura pronta a salvare tutti all’ultimo minuto, abituatici nei 90 al fatto che a volte le cose non andavano come si voleva (Seven è forse l'esempio più rappresentativo di quello che dico), adesso anche il tanto odiato Cinecomic (come già fatto  ormai da anni dal suo progenitore cartaceo) ha deciso di “spruzzare” in questi universi del fantastico un po’ di scomoda realtà! Gocce infinitesimali chiaramente coperte da strati e strati di effetti e battutine ma cmq segnali che anche questo genere, in modo lento subliminale, può tentare di approcciare tematiche serie facendo passare il messaggio che a volte anche l’eroe più potente contro certe cose non può far nulla se non canalizzare la sua forza ed il suo Amore in qualcosa di nuovo e bellissimo.







lunedì 7 ottobre 2019



Saranno state al massimo 3 righe, quelle “accennate” in un’intervista a Vanity Fair da Luca Barbareschi (produttore) in merito a Thanks for Vaselina, ma tante ne sono bastate a metterci LA PULCE NELL’ORECCHIO e a farci pensare che, se il pluripremiato spettacolo teatrale approdava al cinema forse valeva la pena rivederlo in questa sua nuova veste.

Ed infatti l’esordio dietro al macchia da presa di Gabriele Di Luca (già ideatore della piece teatrale nonché interprete sul palco) fa ben sperare. Pur essendo infatti datato 2013 , il testo non sembra risentire del passare del tempo riuscendo ad affrontare con freschezza, disincanto e “super-filosofie”, tematiche contemporanee, scomode e complesse che, grazie ad un cast prestato quasi interamente dal teatro al grande schermo, riescono ad essere portate all’attenzione del grande pubblico in una chiave narrativa che alterna una serrata crudezza esistenziale (fatta di degrado urbano ed umano) ad una volontà naif di affrontare i torti e le storture della vita con uno humor che più che al nero sembra tendere al grigio.

Ad impreziosire il testo di Di Luca e le performaces del cast c’è poi uno strabiliante Luca Zingaretti che regala al pubblico un personaggio così intenso e sfaccettato da rendere difficile capire se sia più semplice amarlo o odiarlo (forse uno dei complimenti più belli che si possano fare ad un attore)

Laddove Thanks for vaselina forzava, grazie ad ottimi interpreti e una buona narrazione, i limiti fisici stressi del palcoscenico teatrale, ecco che il mezzo cinematografico, fatto di set, lunghezze focali e movimenti di macchina, da a questi artisti una nuova freccia la loro arco, non solo espandendo il loro universo, trasformando la semplice narrazione in nuovi ambienti, interpreti e comprimari solo abbozzati verbalmente nello spettacolo originale, ma anche arricchendo quegli stessi personaggi di sfumature bellissime, una su tutte l’agoraphobia di Fil (Antonio Folletto) che lo rende virtualmente un galeotto nella sua stessa casa dove, la chiave per evadere non sta nè nell’amore per Isabelle e nemmeno nel coronamento del “sogno imprenditoriale” condiviso con Charlie ma bensì nella capacità di reagire alle storture di una famiglia disfunzionale che, tra vizio e gioco d’azzardo compulsivo lo ha reso incapace di vivere nel mondo esterno.

Già noto al pubblico di sala per i dialoghi taglienti al limite del crudele, questa trasposizione filmica si arricchisce di alcuni personaggi così grotteschi (la prozia e “George” ne sono un ottimo esempio) così caricaturali e a tratti divertenti da sembrare una naturale quanto inespressa parte dello spettacolo originale quasi, come dicevamo, se la scena non potesse ospitare tutto il mondo dietro a questa storia.

Qualche giorno fa Luca Zingaretti ironizzava facendo Hype dai Instagram sul fatto che, un film così “scomodo”, doveva essere visto prima di sparire dalla circolazione quindi, seppur certi che nessuno degli elementi coinvolti in questa produzione sia destinato a sparire tanto facilmente, vi consigliamo di vedere al più presto sia lo spettacolo che la pellicola per capire come a volte “il salto” da un media ad un altro possa essere un’occasione per arricchire un prodotto che forse, grazie alla celluloide (si fa per dire) ha raggiunto ora il suo massimo potenziale narrativo.

venerdì 4 ottobre 2019

Non tutte le ciambelle riescono con il BUCO... nemmeno a Hollywood negli anni 60

 "Intrappolati alla poltrona" è proprio il caso di dirlo. Alla disperata ricerca di un guizzo... una scintilla che ci faccia esaltare per l'ultima fatica di Tarantino... ma niente, nel corso delle 2 ore e 40 di film nulla riesce a catturare la nostra attenzione, nemmeno la curatissima ricostruzione storica o i tecnicismi ed i movimenti di camera che, per quanto belli, incontrano probabilmente il gusto solo di chi, più che spettatore è come noi addetto ai lavori. Tre attori persi su binari narrativi incompleti più che morti...un ottimo DiCaprio che da attore interpreta un attore che interpreta dei ruoli sfumando il suo personaggio con piccole balbuzie ed insicurezze talmente credibili sullo schermo da farci dimenticare che Lui è la star ambientalista della nostra realtà e non il povero Rick Dalton. Brad Pitt? come sempre un bel colpo d'occhio che come il vino invecchiando migliora...alla "vista" ma interpretativamente stereotipa il suo personaggio rendendolo troppo simile a qualcosa di già visto in passato un "Tyler Durden pase". E Margot Robbie? sarebbe facile "graziarla" da un impietoso giudizio, riportando alla mente la carrellata sul suo corpo avvolto nelle lenzuola bianche, ma questo "dovrebbe essere un film" fatto di ruoli e recitazione e quindi, a meno che voi non siate dei feticisti dei piedi, il lavoro introspettivo della bella Australiana per interpretare la Tate risulta quasi inesistente. Certo sul finale qualche spettatore ha forzatamente riso a battute deboli e ad un repentina impennata di violenza quasi a sottolineare che" Quentin c'era riuscito anche questa volta" ma la realtà che "C'era una Volta ad Hollywood" è un film vuoto senza capo ne coda il cui miglior effetto sul pubblico è quello di farlo affezionare ancora di più ai vecchi successi del Regista di Knoxville che forse dovrebbe davvero ritirarsi dalle scene. 

CONCLUDENDO, Se pensate che Tarantino non abbia MAI sbagliato un colpo in vita sua allora rimarrete soddisfatti (come sempre), ma se come noi siete certi che anche nella sua filmografia ci sia qualche neo allora TENETE I SOLDI PER QUALCOSA DI BELLO (noi vi abbiamo avvertiti) perché questa pellicola vi farà di certo rimpiangere i fasti di altri cult di genere sperimentati in passato con successo dal regista rivelazione degli anni 90

domenica 20 agosto 2017

La chiamerei...constatazione della realtà

Solo per futura memoria riportiamo qui di seguito un paio di commenti abbastanza realistici di chi ha visto Monolith, perché come scritto in precedenza, una volta messo in programmazione su Sky il film di VISON diventerà un casehistory Italiano di "ottimo cinema tricolore", fortunatamente, escluso chi premia a prescindere certi prodotti di casa nostra alcuni utenti hanno segnalato in modo sintetico ed implacabile ciò che questa prima produzione SBE è in realtà.





lunedì 10 luglio 2017

"Mah...nolith"


Cominciamo con dei doverosi ringraziamenti al Fondo Sclavi ed al suo Staff per averci regalato una piccola grande anteprima, perchè nonostante l’irrilevante peso topografico di Venegono Superiore sulle carte il festival dedicato all’horror è riuscito a distinguersi anche questa volta.


Purtroppo però, per ragioni del tutto indipendenti dal Festival, pur essendoci recati all’anteprima di Monolith con la volontà di gioire di questa neo produzione Bonelliana dal respiro Americano ci troviamo costretti a fare ciò che normalmente vediamo fare dagli “influencer” a pellicole Main Stream di alto profilo.


A questo punto...chi di dovere ci avrà già bollati con l’infamante marchio del “TROLL” ma fortunatamente per noi la pochezza di quanto apparso sullo schermo questa sera sarà sufficiente a far capire a voi lettori quanto dietro a questo scritto non ci sia nulla più che l’analisi di quanto realmente visto.




LA GENESI di un' A.I
Cominciamo col dire che “la Monolith”  è la tipica Escalede da Gangsta: nera, massiccia praticamente un carro armato urbano (in realtà è una Ford Explorer di 5° generazione...secondo loro) che per l’occasione, nel maldestro tentativo di renderla un po’ più avveniristica, è stata “patch-ata” con poco credibili coperture nere che più che al futuro fanno pensare ai prototipi camuffati per non far trapelare la forma ufficiale dei nuovi veicoli.


Tralasciando quindi la “prostetica” alquanto povera del “mezzo del domani” ciò che salta subito all’occhio sono le incongruenze tecniche della “fortezza” su quattro ruote, un veicolo che prima viene osannato per le sue avanzate qualità tecniche ma poi, nel corso del film (per tenere in piedi la storia ovviamente), si dimostra un mezzo dalla dubbia affidabilità non per la sua “intelligenza” superiore (cosa su cui puntavamo) ma bensì per la sua capacità di imitare in tutto e per tutto un fermacarte.


Lilith infatti, che è l’intelligenza artificiale montata di serie sui modelli Monolith, nei primi minuti del film calcola il peso degli occupanti del veicolo, interagisce vocalmente con il guidatore in stile Michael Knight e millanta, almeno a parole, di possedere il pilota automatico (non lo vedremo mai in azione nel film). Certo già a questo punto notiamo le prime stranezze...se il guidatore può interagire con Lilith vocalmente PERCHE’ per fare le pericolosissime video chiamate da cruscotto l’utente DEVE scorrere il touch screen per scegliere un contatto dalla rubrica e chiamarlo? Da prima abbiamo pensato ad una voluta necessità scenica ma poi, mentre i minuti passavano senza dare un senso a questa inutile azione abbiamo capito che i costruttori della Monolith avevano speso tutto in blindature proprio per permettere ai guidatori di fare ogni sorta di incidente mentre si distraggono dalla guida per fare una video chiamata, un "ammanco economico" che ha impedito agli stessi di spiegare anche a Lilith che la gente in macchina...a volte... fuma :-)


A questo punto della pellicola i “dadi” stanno ancora ruzzolando sul panno verde e “potenzialmente” ci potrebbero essere svolte interessanti...certo “POTREBBERO ESSERCI”, perchè in realtà da questo momento in poi la presunta fantascienza che ci era stata promessa diventa un susseguirsi di goffi utilizzi e madornali errori di valutazione di appannaggio esclusivamente umano che ci portano a guardare impotenti per 84 minuti Katrina Bowden scagliarsi contro una silenziosa ed inamovibile macchina adamantina che, esposta al cocente sole del deserto dello Utha rischia di trasformarsi per il suo giovane occupante (il piccolo David) in un vero e proprio forno.


Se infatti Monolith fosse una pubblicità  progresso o un cortometraggio per sensibilizzare i genitori sul NON DARE MAI gli smartphone ai bambini o sul CONTROLLARE sempre di non lasciare i pargoli sul sedile posteriore in balia degli elementi allora, in quel caso, Monolith sarebbe un prodotto perfetto. Tuttavia visti i numerosi fatti di cronaca con questa specifica impronta, sollecitare nello spettatore la claustrofobica ansia del non poter salvare un bambino intrappolato non ha a che fare, né con la sceneggiatura né con la qualità recitativa degli attori (tutti un po’ lame come si dice in gergo).


Efficace su tutti, e ancor di più su chi è genitore, Monolith tocca senza sforzo le sensibili corde di quelle inconfessabili ipotesi che, anche leggendo i fatti di cronaca, ci fanno letteralmente gelare il sangue nelle vene bisbigliando mentalmente…”e se succedesse a me?”.


Ma come ho detto questo non un corto e nemmeno uno spot, questo “dovrebbe” essere un film che anche se con un budget limitato avrebbe potuto e dovuto puntare un po’ più in alto. Anche se ammorbiditi dal Direttore di Film TVha insistito per far nostare la diversità tra pellicola e fumetto, pur avendo sottolineato quanto il prodotto fosse di qualità in relazione al limitato budget investito, il prodotto targato Sky e SBE si dimostra più un “colossal” da piccolo schermo che un blockbuster da botteghino.


Oltre ad un plot deboluccio, a peggiorare lo stato dell’arte, arriva in ultima battuta (verso la fine del film fatto di immobilità)  una pessima computer grafica, che nella sua "bruttura" ci mostra la Monolith intraprendere una SCALATA (si ho scritto proprio scalata) in modalità 4x4 con anche slalom di rocce e finale "BreakOut " di due massi che dividono auto e protagonisti dalla salvezza... (tipo il turbo booster di supercar ma meno figo).


Alla faccia delle trame secondarie, restano poi in sospeso le sorti dei “fattoni” del Drug store (e della festa dell’ airport one)...spunto interessante ma abbandonato lì nel nulla... chi sia la reale amante del marito di Sandra che, nonostante un’insinuante commento lanciato in una delle molte video chiamate del film, resterà a questo punto un vero e proprio mistero, e ultimo ma non per questo meno importante, perché non ci fossero i soldi per pagare i diritti a WB per l’utilizzo di 5 secondi di Willye il coyote (ndr i più attenti tra voi sanno di che parlo visto che a conti fatti é LUI a risolvere il problema di SANDRA).

In conclusione pur vedendo profilarsi all’orizzonte uno Tzunami di autocompiaciuti post in Facebook su come si sia fatto un GRAN FILM, accompagnati da altrettanti articoli delle più disparate riviste settoriali (vero quattroruote?) che per piaggeria, e anche un po’ per cavalcare l’onda, fanno quadrato intorno a questa pellicola trovando il modo di fare la loro brava marchetta al film in uscita il 13 Agosto, non possiamo far altro che sconsigliarvi di spendere i soldi del biglietto (ammesso che troviate una sala in cui vederlo) per attendere la ovvia messa in onda sui canali Sky, che in quanto parzialmente responsabili del prodotto siamo certi non mancheranno di supportare la programmazione dello stesso con speciali, approfondimenti ed interviste sceneggiatori, soggettisti e disegnatori coinvolti in questo... è il caso di dirlo MONOLITICO PROGETTO!





venerdì 19 maggio 2017

Voglio ma NoN Posso (the Varese way of life)


Sapete, si spera sempre di poter assistere ad un cambiamento. Qualcosa di così eclatante nella sua semplicità da lasciare un segno tangibile del suo passaggio, una sorta di "solco metaforico" che incanali da quel momento in avanti lo spirito di una manifestazione e degli artisti che ne costituiscono il DNA stesso.

Dico "si spera" perché come sempre da qualche ora l'atteso "cambiamento" è stato funestato da una "goffa" locandina che, ancora una volta, pone la nostra Provincia nella fastidiosa posizione di eterni "voglio ma non posso". Si potrebbe pensare di essere entrati nella delicata sfera del gusto personale anche se la locandina di cui parliamo (eccezion fatta per gli entusiastici commenti di qualche aficionados), è "OGGETTIVAMENTE DEBOLE" e sembra più uno svogliato abbozzo di uno studente che una reale illustrazione promozionale per una "CON" di livello.


Pur plaudendo quindi lo sforzo della locale fumetteria/associazione di voler fare qualcosa per la propria città non capiamo perché a questo nobile slancio non segua MAI un reale scouting di talenti o perché no "l'ingaggio" di qualche art di valore, qualcuno che con pochi VALIDI TRATTI riesca a catturare l'attenzione del pubblico che magari, "infatuandosi" di una bella locandina, potrebbe dire: "hey perché no, andiamo a visitare questa Varese e la sua neo-fiera del fumetto".

In anni di passione e professione ho visto altre manifestazioni nascere e crescere timidamente edizione dopo edizione diventando punti di riferimento, o se volete "solchi", a cui rifarsi per iniziare la propria personale tradizione, ma quando nella nostra Provincia si da il via a qualcosa, la troppa fretta... o Dio no voglia la troppa faciloneria, ci portano a vedere confezionati eventi che, o spariscono senza lasciar traccia di se o si trascinano senza una reale crescita artistica per due o tre anni, sostentati dall'incrollabile volontà di chi aveva dato il via la tutto.

Quando si tenta di creare un evento sarebbe meglio partire dal piccolo... per lasciarsi il tempo di crescere maturando e arricchendo la nostra manifestazione con i contatti che collezioneremo durante il nostro cammino...una "grande manifestazione" non è fatta di grandi nomi o metri quadrati, una GRANDE manifestazione è fatta di cura per il dettaglio e qualità, fattori percepibili da chiunque si avventuri sul territorio, elementi capaci di fidelizzare e far TORNARE il pubblico anno dopo anno rendendo un evento semplicemente imperdibile.

Sia chiaro sono certo che come sempre (a dispetto dell'evidenza dei fatti) l'orgoglio "bianco rosso" terrà in piedi tutto il "carrozzone" guadagnandosi anche i soliti auto-compiaciuti articoli di rito ma, se come noi siete soliti andare oltre il casello dei Gallarate allora non potrete non vedere come la mancanza di progettualità e la troppa indulgenza nell'offerta saranno per l'ennesima volta l'invalicabile scoglio per creare una manifestazione duratura nel tempo un richiamo capace di creare quel famoso incoming che questa Provincia cerca sempre così disperatamente ma che sempre più difficilmente riesce ad ottenere.

martedì 28 aprile 2015

Sapete da Sabato 27 settembre se ne sono dette molte di cose sul nuovo Dylan Dog targato Recchioni… in realtà se ne sono “lette” molte di più pure prima di questa fatidica data ma facciamo finta, solo per questa volta, che l’uscita del n° 337 sia il punto zero ideale per fare un discorso a bocce ferme Ok? Oltraggiati “custodi della vecchia guardia” di casa Bonelli sbattendo dietro di loro una porta che forse non verrà mai più riaperta, altri, seppur intenzionati a metterlo in libreria per dover di continuità numerica animati dal proposito di non aprirlo mai (come fosse un moderno vaso di Pandora), hanno infine ceduto alla pressione dell’hype generato nei mesi passati aprendolo, sfogliandolo e perfino leggendolo per poi decretare che temevano di peggio. Insomma se vi prendete la briga di girare sul web potete trovare di certo una scuola di pensiero vicina al vostro cuore e al modo in cui eravate soliti intendere ed interpretare Dylan Dog. Questa dicotomica divisione di opinione e la doverosa lettura dell’albo in questione mi hanno però portato ad un’analisi introspettiva che ha completamente scosso le fondamenta della mia realtà di lettore facendomi porre una domanda ed un’altrettanto scontata risposta: “E’ Dylan Dog che si deve svecchiare o sono io che SONO troppo vecchio per questo fumetto???”


Superfluo dire che il mio “tredicenne interiore “ che sta ancora seduto sul balcone di casa a leggere “i Conigli Rosa uccidono” attendendo l’uscita dell’agenda scolastica dell’indagatore dell’incubo si dimena ancora nel mio petto cercando di impedirmi di scrivere questa recensione che, purtroppo per lui, a più a che fare con la crescita e all’affinarsi del gusto personale che al gratuito attacco e alla non plausibile incompetenza di uno sceneggiatore scelto proprio per la sua capacità di incarnare i desideri di lettori come il sottoscritto.

Puntare il dito contro Roberto Recchioni sa più dello “scatto d’ira” del nostro eterno Peter Pan che, tradito dal tempo che scorre e vedendo le prime zampe di gallina profilarsi intorno agli occhi, decide che se crescere è inaccettabile … ancora più inaccettabile e vedere un’icona del suo passato (quello senza le tasse, i datori di lavoro incompetenti le ,responsabilità) evolversi , mutare ed uscire da quella tranquilla rassicurante routine capace di farlo perdere, anche se per poco, in un tempo in cui le cose forse andavano davvero meglio.

hanno salutato con sdegno il coraggioso tentativo


Lo confesso anni fa anche io ho perso Dylan… scoraggiato dalla banalità delle sue storie e infastidito da un design che lo aveva reso deforme ai miei occhi l’ho abbandonato, ma come per quegli amici che non si vedono da parecchio tempo e con cui si beve sempre volentieri qualcosa per ricordare i bei tempi andati, così anche con Dylan non sono MAI mancato alle sue tappe importanti: dal breve e straziante matrimonio con Lillie Connolly, alla celebrativa “boutade” dei primi Color Fest passando per i notturni sceneggiati radiofonici di Radio 2 ai videogame arcade dalla difficile soluzione, ho sempre gettato lo sguardo a quell’old Boy” presentatomi un giorno da un vicino di casa più grande. (Grazie Giuseppe)

Ho seguito la nascita della “fase due” ed ho con pazienza atteso l’ora zero, il rilancio, il giro di boa … ed oggi sfogliate le ultime 9 pagine del tanto atteso albo non mi sento di condannare ne lodare troppo il primo step del nuovo corso… dinamico certo, secco e senza troppi fronzoli nei dialoghi come piace a Roberto perché no… forse un po’ troppo sbrigativo in chiusura si quello forse Sì … ma in definitiva forse il problema rimango io, in questa formula per l’adattamento ai nostri tempi di un personaggio vecchio stampo intrappolato nei suoi troppi cliché, pur apprezzando la scelta di tagliare con il passato ripartendo dallo spazio profondo, disseminando l’albo di quegli stessi rimandi e citazioni che resero accattivante e celebre Jonh Doe, non posso che riassumere il mio giudizio su questo “primo albo” con l’onomatopeica “E a sforzo” di Marta Olivia Zoboli che di certo non si può considerare un pollice verso ma altresì ci lascia in trepidante attesa di quelle Buone storie di cui abbiamo sentito parlare durante la conferenza stampa.

Interno giorno Bar

-Hey Enrico allora, come è il nuovo Dylan?!”

-“Eeeeeee...”

mercoledì 20 gennaio 2010

AVATAR... molta tecnica...e sotto gli occhiali nessuna trama


Mentre la stampa internazionale grida al “miracolo”, o quanto meno all’evento epocale, per dovere di cronaca ci sembra giusto e doveroso ridimensionare le aspettative di chi si appresta in questi giorni a sedersi in sala per vedere l’ultima fatica targata James Cameron.

Facilmente intuibile già dai molti spot, per nulla tesi a celare il benché minima riserva sulle semplici dinamiche narrative della pellicola, il tanto acclamato AVATAR ed i suoi 166 minuti di proiezione scorrono via senza mai annoiare un pubblico che, “armato” di lenti polarizzate, si trova totalmente “immerso” tra la flora e la fauna di un pianeta dai paesaggi a metà tra il Fantasy e lo Sci-Fi.

Sul pianeta Pandora infatti, dove ogni pianta è un’insegna al neon ed ogni creatura

, per quanto bonaria ha un aspetto quantomeno poco rassicurante, la vita sembra scorrere tranquilla e pacifica per gli indigeni Na,vi; questo fino all’arrivo dei soliti “Yankees” provenienti questa volta dal pianeta terra che, dopo aver con successo espropriato le terre ai “pelle rossa”, tentano di replicare infruttuosamente il medesimo “frachise” al popolo dalla “pelle blu” del pacifico pianeta.

Spirituali e fieri i Na,vi, nonostante la schiacciante superiorità numerica, l’imponente fisiologia aliena che li contraddistingue e la non trascurabile e vantaggiosa capacità di respirare l’aria del proprio pianeta natio, decidono di non dar troppo peso ai “chiassosi” terrestri sbarcati su Pandora cercando di ignorarli o alla peggio di renderli edotti di una maggior consapevolezza, che trascende la fisicità delle cose per far rientrare tutto in un disegno più ampio fatto di energie vitali che stanno alla base dell’esistenza stessa.

Certo ad alieni così, potenzialmente amichevoli e saggi, sarebbe stato difficile e del tutto pretestuoso muovere guerra, ma come spesso accade anche sul nostro pianeta, all’uomo l’idiozia e l’ottusità non mancano mai ed ecco quindi scatenarsi una sorta di “guerra preventiva” mista ad una non richiesta “esportazione di democrazia” che per efferatezza ed abuso di mezzi militari ricorda visivamente la guerra in Vietnam e per par-condicio anche l’attacco al World Trade Center ( come si dice un colpo al cerchio ed uno alla botte).

Tralasciando alcune doverose domande sul misterioso “unoptanium”, elemento alla base di questa crudele colonizzazione interplanetaria, che almeno visivamente ha come unico pregio quello di essere un “fichissimo” fermacarte fluttuante, il film Avatar cela dietro la sua prevedibile sceneggiatura una serie di messaggi e spunti di riflessione che meritano di essere visti e goduti nella magia delle 3 Dimensioni. Destinato di certo a segnare una svolta epocale nella produzione di colossal high-budget (non a caso le nuove macchine da presa commissionate ed utilizzate da Cameron sono già state dichiarate lo standard operativo anche per Spielberg e Lucas), Avatar è da considerarsi come una sorta di esperimento, un test planetario per vedere come l’uso, o se preferite l’abuso del 3D, venga percepito e tollerato dal grande pubblico il quale, eccezion fatta per i visitatori di famosi parchi a tema, vede per la prima volta nel “cinema sotto casa” l’impiego di questa tecnica applicato a qualcosa di diverso dai soliti Cartoon Pixar e Dreamworks.

Spettacolare in ogni minuto, questo curatissimo prodotto cinematografico fa ironicamente del suo punto di forza anche la sua maggior debolezza. A causa infatti del “martellante” battage pubblicitario, che tende a catechizzare gli spettatori, pochi coraggiosi sono riusciti ad ammettere a se stessi e ad altri, che la nuova dispendiosa creatura di Cameron, dà il suo meglio solo se filtrata, e di conseguenza “vissuta”, attraverso gli appositi occhiali. Ad un occhio attento e sicuramente più critico appare infatti evidente come certe scene, ed i piani visivi che le compongono, siano stati studiati per essere esaltati dai nuovi procedimenti di ripresa tridimensionale fornendo così allo spettatore una nuova e più vivida esperienza d’intrattenimento.

Pur non negando quindi la spettacolarità di questo colossal, ci sembra quanto meno prevedibile, che la futura uscita in DVD di Avatar subirà, salvo l’avvento di qualche nuova tecnologia per home entertainment, una brusca flessione dovuta all’appiattimento dalle 3 alle canoniche 2 Dimensioni.

Una sorte, quella di questo primo prodotto sperimentale, che di certo non toccherà i prossimi blockbuster dei già citati mostri sacri del cinema, che siamo certi sapranno mettere all’opera le migliori penne di Hollywood e perché no ri-editare alcuni cult del cinema, pellicole diventate veri e propri classici del nostro tempo e che, con l’avvento delle nuove tecnologie digitali, potrebbero vivere una seconda giovinezza confezionata su misura per gli occhi di un pubblico così giovane da non sapere il significato del termine “animatrone”.

domenica 7 dicembre 2008

ITALIANS DO IT BETTER!



Era il 1993 quando, probabilmente confuso dalle approssimative ed empiriche discussioni con i miei compagni di classe, nonché “istintivamente represso” dalla mia triennale permanenza in un collegio maschile, decisi di chiedere a mia madre delucidazioni in merito alle donne ed a quel misterioso “sesso” che fino a quel momento era rimasto esclusivo appannaggio dei “malfamati” quanto imperscrutabili “retro-edicola” della mia città. Fu così che con un gesto di grande fiducia mia madre, che voleva evitare di rende inutilmente sporco l’argomento, mi portò in un’edicola del centro e, dopo una doverosa quanto retorica spiegazione di quel gesto, chiese all’edicolante di consegnarmi un numero di Playboy…il mio primo numero di Playboy. Superfluo dire che da quel giorno la solitaria copia italiana di quella patinata rivista soft-core ebbe nel suo “cassetto di residenza” molte ed internazionali coinquiline, diventando di mese in mese ospite d’onore di gite scolastiche ed occasionali pellegrinaggi casalinghi da parte di amici. L’editoria di quel tempo non premiava però il campanilismo: la rivista diretta dall’allora direttore Alvaro Zerboni era infatti quasi interamente una copia carbone dei numeri già usciti negli Stati Uniti, un fattore questo che non favorì il riscatto del patinato che rimase per tutti gli anni 90 relegato suo malgrado agli irraggiungibili scaffali del porno con “pecette nere” e “stelline rosse”. Ma i tempi cambiano (per fortuna)  ed il nostro paese, ormai svezzato da Veline e Calendari annessi, è nuovamente pronto ad accogliere la rivista di Mr. Hugh Hefner che per l’occasione ha adottato una nuova linea grafica ed un piglio decisamente più Glam. Più simile al compianto GQ dei bei tempi andati, il nuovo Playboy sembra voler già da questo primo numero “viziare” i suoi aficionados ed i nuovi potenziali lettori schierando all’interno del prestigioso brossurato targato Playmedia Company nomi illustri del giornalismo, sociologi, speaker radiofonici e scrittori del calibro di: Francesco Alberoni, Andrea Pinketts, Claudio Sabelli Fioretti, Massimo Cirri e molti altri. Da sempre indiscutibile “trendsetter” globale di stile e tendenze, anche playboy Italia, già da questo primo numero, si presenta al suo pubblico con una serie di servizi di approfondimento ed articoli di costume così interessanti da farci scordare, anche se solo per pochi minuti, che quella tra le nostre mani non è una semplice rivista…ma LA RIVISTA PER SOLI UOMINI per antonomasia, il magazine icona che da i suoi “paginoni centrali a tripla-piega” ha lanciato nel mondo dello spettacolo personaggi di indiscusso carisma e bellezza, donne procaci che per talento o semplicemente per il loro tragico destino sono diventate loro malgrado vere e proprie icone dell’odierna cultura pop. Dall’irriverente Jenny McCarthy,  simbolo della MTV Generation alla giunonica Anna Nicole Smith,  ormai ahi noi odierna Marilyn, la rivista del Coniglio in giacca da camera ha rappresentato negli anni un vero e proprio status symbol per i maschi eterosessuali di ogni età. Ammiccante e provocatorio come solo “il coniglio” sa essere questo primo numero di Playboy impone il suo imprimatur di stile con una simpatica cover cartotecnica che tra le righe cita: “basta sbirciare comincia a guardare”, un invito stuzzicante reso ancora più efficace dai profondi occhi della nostrana “Bond Girl” Caterina Murino ( recentemente apprezzata nei corti Fox Crime dedicati alle Donne Assassine), immortalata per l’occasione da quel rocker di Bryan Adams che, dalla musica alla fotografia sembra non aver comunque perso il ritmo. Curata in ogni suo aspetto, questa nuova creatura di Gian Maria Madella (a cui si devono riviste vincenti come:Moda, Maxim, 20Ans, Men's Health, Sport Life , Outside),  sembra già da queste sue prime battute destinata lasciare il segno nei cuori di chi come noi è letteralmente cresciuto sperando di  prender domicilio nella Mansion di Mr. Hefner per condurre una vita di lusso e sfarzo in compagnia di formose Conigliette. Irrinunciabile guida per la crescita di ogni ragazzo Playboy torna in edicola per “formare”…si fa per dire, il gusto dei nostri figli che attraverso le pagine di Playboy possono imparare che dietro il business del sesso può non esserci solo sconcezza e depravazione ma anche arte, raffinatezza e gusto.

 


venerdì 15 agosto 2008

L’invasione è cominciata i Dalek sono tra noi!







Si sa al giorno d’oggi il design è diventato uno dei più sacri cardini del commercio moderno. Dall’avveniristico "I-pod" di Apple al più aggressivo "Predator" della Acer, l’imperativo delle multinazionali non è più solo quello di vendere un prodotto altamente tecnologico e performante, ma anche di renderlo gradevole all’occhio, capace di colpire l’attenzione e perché no, solleticare l’immaginazione di ogni potenziale acquirente.

E’ stata quindi una malsana passione per la fantascienza unita ad un altrettanto insopprimibile necessità di pulire casa a far cadere la nostra attenzione su quello che affettuosamente abbiamo ribattezzato come il nostro DALEK casalingo!

Un tempo riserva di caccia esclusiva per agguerriti venditori porta a porta armati di costosi elettrodomestici dai nomi “fantasy”, perfino il mondo della pulizia domestica ha dovuto infine deporre le armi cominciando a puntare su apparecchi tecnologicamente avanzati, macchine quasi senzienti che non solo fossero in grado di aspirare la polvere ma che fossero anche capaci di sgravare l’uomo da quel fastidioso disincentivo che spesso lo allontana dalla cura della propria casa ….LA FATICA umana!

Approda così anche nel nostro paese l’ultima frontiera per il mantenimento dell’igiene domestica un piccolo e discreto alleato che, in linea con le vostre esigenze, pulisce il vostro “habitat”, sia questo domestico o lavorativo, in modo discreto ed efficace avventurandosi sotto i mobili, fregando negli angoli e provvedendo in modo autonomo al suo quotidiano fa bisogno di corrente.

Si chiama “ROOMBA” e nonostante l’onomatopeico nome possa indurre a pensare ad un rumoroso aiutante, egli è oggi quanto di più vicino ad un Robot domestico si possa trovare in commercio.

Piccolo, grazioso e per nulla rumoroso questo simpatico disco rotante è un’irrinunciabile aiuto per chi, oberato dagli impegni o più semplicemente indolente per quanto riguarda la cura della casa, deve coniugare una fitta agenda con l’essenziale mantenimento di un salubre ambiente domestico.

Privo di fili o di ingombranti tubi, questo utilissimo apparecchi,o non solo sgrava i suoi possessori dall’ onere delle pulizie regalando preziosi ritagli di tempo, ma conferisce a questi ultimi un terapeutico senso di libertà che culmina in una nuova elettrizzante consapevolezza…ovvero che qualcun atro pesa alle pulizie al posto nostro.

Avveniristico e divertente da guardare questo operoso Robot ci avvicina a quei “Bladerunneriani” scenari che spesso abbiamo visto nei film di fantascienza… luoghi che sembrano lontani nel tempo e nello spazio ma che oggi grazie a queste piccole innovazioni della tecnica cominciano a diventare realtà tangibili del nostro quotidiano, “piccoli step evolutivi” di quei robot antropomorfi che un giorno saranno capaci di far molto più che aspirare la polvere da terra.

"B"

venerdì 8 agosto 2008

Due facce della stessa medaglia


Lo abbiamo visto in molti film, letto nei romanzi, e con il passare del tempo il cliché della moneta lanciata in aria per decidere l’esito di una situazione con il suo testa o croce, è diventato una costante nell’ immaginario collettivo.
Metaforica ed al contempo poetica, seppur ormai rovinosamente inflazionata dalla cultura popolare, questa casuale dispensatrice di giustizia racchiude nell’acuto tintinnio del suo lancio una sacrosanta verità…e cioè che spesso anche nel quotidiano sono le impercettibili ed esili linee Maginot a fare da spartiacque sulle più disparate questioni.
Che siano pene d’amore o decisioni lavorative, queste sottili linee risultano invalicabili quanto un confine doganale e resistenti agli attacchi più di una fortezza!

Un anno fa un rinomato centro espositivo del Nord annunciava alla stampa locale e nazionale la sua ferma intenzione di distinguersi dai “sonnolenti ed auotoreferenziali” ambienti espositivi del suo territorio, lanciandosi dove nessuno aveva mai osato prima…almeno da queste parti….e cioè nel colorato e bisfrattato mondo della grafica e dell’illustrazione.
Un tema moderno ed in linea con i giovani apparentemente… una scelta coraggiosa che poteva sembrava l’avvento di un’epoca tesa a rivalorizzare, questa volta in modo ufficiale e solenne, quell’arte per così dire “povera” che era però in grado di mobilitare in tutto il mondo milioni di euro in gadge,t albi a fumetti, tavole originali , Video Game, fiere specializzate e film di botteghino.

All’orizzonte si prospettava l’opportunità di organizzare finalmente eventi capaci di catturare l’attenzione di tutti quei giovani talenti locali e non che, tra un salto in fumetteria ed un album da disegno pieno di schizzi, sognano in cuor loro di poter diventare protagonisti della scena artisitca internazionale diventando come quei “mostri sacri” made in U.S.A che erano rapidamente passati dai claustrofobici seminterrati delle loro case in periferia ai rarefatti ambienti tutti vetrate di Time Square.

Sembrava fatta ormai! Sarà stato a causa del clamore suscitato dalla notizia, oppure l’illusoria convinzione che le cose finalmente stessero cambiando…fatto sta che nessuno prestò attenzione al famoso “tintinnio della moneta”… nessuno indagò su come un ciclo di eventi dalla forte connotazione giovanile avesse come protagonisti artisti del settore noti solo a “ragazzi classe 1970”.
Artisti come Hugo Pratt ed il suo Corto Maltese infatti seppur riconosciuti dai più come miti intramontabili del fumetto, godono di un seguito composto principalmente da una ristretta cerchia di appassionati snob, che idolatrano in modo eccessivo le opere di certi autori ponendoli insensatamente al di sopra di molti altri validi disegnatori contemporanei.

Corto Maltese, Alack Sinner e le locandine di Lorenzo Mattotti non hanno nulla da invidiare ai lavori di Alex Ross, Andy Kubert, Jim Lee e Tim Sale. Nomi probabilmente a voi sconosciuti ma che se supportati da un’ottusa intellighenzia capace di imporsi sulle masse, probabilmente potrebbero facilmente ricoprire un posto di rilievo in qualche prestigiosa sede espositiva locale suscitando lo stupore e l’orgoglio di pubblico e critica.

Pur apprezzando il tentativo di svecchiare il concetto di esposizione locale…troviamo buffo nonché fuori luogo tentare di imporre senza la minima conoscenza di un settore, artisti e personaggi lontani dai cuori e dalla memoria della fascia di audience che ci si proponeva di fidelizzare. Avventurarsi in campi settoriali specifici, siano questi artistici o commerciali, richiede l’umiltà di porsi una sola e semplice domanda: “Cosa so io di questo argomento?”. La semplice risposta a questo quesito può rappresentare la differenza tra successo ed insuccesso nonché la chiave di volta per segnare una svolta decisiva in un panorama di eventi artistici che troppo spesso gonfiano i conteggi delle loro presenze e non ammettono, nemmeno con loro stessi, che forse è il caso di correggere il tiro trovando una risposta a quella sola…semplice domanda…
“ Cosa so io di Grafica ed Illustrazione?”.

‘B’

Thor Love & Thunder? "sotto il vestito niente"... di così stupido come credevate! vi spiego perché

  Si dice che “ la bellezza stia negli occhi di chi guarda ” e così non stupisce che “ Thor Love & Thunder ” (titolo che prende più sign...